Beni CulturaliPanophotographyStoriesTravel

La Collegiata di San Michele a Fermo

La Collegiata di San Michele a Fermo

San Michele è una chiesa avvolta dai vicoli di Fermo non sempre immediata da trovare per chi passeggia tra le vie del centro, eppure fu l’edificio religioso più importante della città dopo il Duomo tanto che da divenire collegiata con la bolla di papa Urbano VIII datata 29 gennaio 1631.

Un interno altero, quasi opulento per le tante decorazioni, dorature, dipinti e cromie che già fanno intuire la forte autorità che ha percorso la sua storia.

L’aspetto odierno è frutto di un radicale restauro avvenuto nel 1818 per volere del Conte Eufemio Vinci Gigliucci che qui investì i frutti dei suoi capitali per 12 anni. I lavori furono affidati all’architetto Luigi Paialunga e al capomastro Antonio Ripani entrambi già impegnati nell’ammodernamento del Duomo cittadino. Il Paialunga scelse lo “stile corinzio che all’epoca era considerato la massima espressione dell’eleganza” e che aveva già adottato nei lavori al Duomo.

La navata unica è divisa da otto colonne per lato che accolgono le nicchie dei quattro altari simmetrici. Al nuovo abside semicircolare fu aggiunto il coro ligneo costruito dal maestro Sante Marelli di Montegranaro, le decorazioni e le dorature affidate al fermano Carlo Maranesi esponente di una famiglia di decoratori di lunga tradizione. Il Maranesi ha proposto ornamenti di ispirazione rinascimentale adottando festoni e incroci di motivi floreali con una particolare predilezione per i gigli. Le decorazioni della volta sono creazioni di Luigi Bracaleni, anche lui fermano e di formazione romana, che ha spartito il soffitto con figure geometriche dorate dentro le quali sono raccolti i dipinti e ha foderato le colonne con una pittura in finto marmo per dare un insieme cromatico capace di slanciare l’edificio verso l’alto.

Sull’altare, sopra l’elegante coro ligneo, troneggia la tela di Giacinto Brandi (Roma, 1623-1691) con un possente San Michele Arcangelo tra nubi scure e in odore di tempesta che brandisce la spada contro due demoni ai suoi piedi. Romano di nascita, ma attivo per diversi anni in molti comuni delle Marche dopo aver appreso la lezione dei maestri dell’Emilia, Brandi ha realizzato questa tela quando ancora erano forti i temi figurativi imposti dal Concilio di Trento prima di tornare a Roma in un momento artistico di profondo fervore di committenze e nuovi linguaggi come quelli di Bernini, Sacchi, Maratti, Gaulli, Zuccari, Pomaracio, Baciccio. La presenza di questa grande tela del Brandi è probabilmente dovuta alla committenza della nobile famiglia Gigliucci, patroni della chiesa, che dal 1608 avviarono profondi lavori di restauro della chiesa. Un dipinto vittima di molte critiche dei parrocchiani che lo hanno considerato troppo tetro e composto da una mano ancora immatura.

La tela di San Michele è incorniciata da due dipinti laterali con fondo dorato ad effetto mosaico che ritraggono gruppi di quattro santi e martiri cari alla storia religiosa di Fermo. Nella nicchia di destra troviamo Sant’Adamo Abate, qui scritto come santo, ma in realtà beato, ritratto con il saio nero dell’ordine benedettino. A Fermo nacque attorno al 1100 e visse nel monastero di San Savino del quale fu abate e vi morì tra il 1209 e il 1213. Oggi il suo corpo è custodito nel Duomo. Accanto a lui l’altro benedettino, con il saio bianco, San Firmano Abate di cui le fonti sono ancora incerte se originario di Fermo o di Recanati, e poi il francescano predicatore beato Giovanni da Fermo o dalla Verna, poiché nato nelle Marche e morto dell’eremo casentinese nel 1322. Chiude il gruppo il beato Antonio Grassi dell’Oratorio di San Filippo Neri, personaggio carismatico della comunità religiosa fermana tra Cinquecento e Seicento.

Nella nicchia di sinistra sono raffigurate le sante Vissia e Sofia, vergini e martiri di Fermo i cui resti sono custoditi nel Duomo. Le giovani furono decapitate nell’anno 250 durante le persecuzioni dell’imperatore Decio. Insieme a loro anche i martiri e vescovi fermani Filippo e Alessandro. Secondo la tradizione il primo vescovo della città fu Alessandro ucciso attorno al 248, mentre Filippo fu giustiziato nel 253. Le loro spoglie sono ancora custodite in un reliquiario posto nell’altare maggiore del Duomo.

Questi dipinti sono stati realizzati dal fermano Giuseppe Toscani, formatosi all’Accademia di Firenze, che in questa collegiata firma il suo primo grande lavoro. Per il soffitto dell’abside dipinge il Cristo Redentore tra una schiera di angeli e poi, nella volta, tre tondi in cui sono raffigurate le virtù teologali: fede, speranza e carità con le teste di serafini alle estremità. Proseguendo verso l’uscita della chiesa, immortala quei racconti biblici dedicati all’arcangelo Michele come il suo conforto a Gesù nel Getsemani o accanto al profeta Elia.

Il massiccio restauro della chiesa nei primi anni dell’Ottocento portò anche notevoli cambiamenti architettonici primo fra tutti il completo rifacimento della facciata che ha però conservato l’antico portale romanico-gotico con un doppio ordine di pilastri e colonnine e la piccola statua di san Michele incastonata nella cuspide.

Durante i lavori fu abbattuta la vecchia torre campanaria ormai pericolante e ricostruita nel 1851 con un piccolo tempietto alla sommità che fu distrutto qualche anno dopo da un violentissimo temporale. Al 1858 risale l’organo costruito da Vincenzo Paci di Ascoli Piceno. L’ultima aggiunta alla nuova struttura avvenne nel 1942, quando fu realizzata la scenografica scalinata di accesso di travertino bianco.

La chiesa così come la si vede oggi nasconde una lunga storia iniziata attorno al 1250 quando Fermo e Altidona erano giurisdizioni dei monaci farfensi di Santa Vittoria in Matenano. Proprio nella chiesa benedettina di Sant’Angelo in Barbolano di Altidona viene consegnata la chiave della Chiesa di San Michele di Fermo a tale Guidone.

A fine Duecento alla chiesa di San Michele si unisce all’Ospedale di Santa Maria in castello che mantiene fino al Quattrocento, ma soprattutto inizia la protezione della Famiglia Gigliucci, poi unita ai Vinci, che la manterrà fino all’Ottocento.

Paolo Veneziano Pinacoteca di Fermo
Polittico conservato presso la Pinacoteca Comunale di Fermo

Dal 1363 al 1396 troviamo il priore Giacomo Mattei che fa fondere una campana con il suo nome e dona alla chiesa la “Sacra Spina” da sempre oggetto devozionale di grande attrattiva custodita dento un tempietto esagonale di argento dorato di sapore gotico.  È probabile che al Mattei si debba anche la commissione del bellissimo Polittico veneziano che raffigura l’Incoronazione della VergineAll’epoca, infatti, sull’altare non esisteva il grande dipinto del Brandi, ma era posto questo polittico con la Vergine attorniata da sei scomparti laterali raffiguranti rispettivamente (da destra a sinistra) San Michele Arcangelo, Sant’Antonio Abate, San Giacomo Maggiore, Santa Caterina Martire, forse un San Nicola da Bari e San Giovanni Battista. Fu realizzato attorno alla metà degli anni ’70 del Trecento da Marco di Paolo Veneziano nel pieno della sua maturità artistica. Privato della sua cornice dorata già nel Settecento, rimase custodito nella canonica della collegiata ed oggi è esposto nelle sale della Pinacoteca fermana come tavole singole. La presenza di San Michele, alla sinistra della Madonna, vestito dell’armatura e cinto da un mantello rosso rubino intenso fa capire che l’opera venne commissionata proprio per questa chiesa. Il prezioso polittico è uno dei tanti esempi della passione delle famiglie mercantili più ricche della città tardo medievale per le opere d’arte veneziane che facevano arrivare via mare grazie agli accordi commerciali con la Serenissima.

Tra il Quattrocento e il Cinquecento, don Marcantonio Gigliucci costruisce la canonica per poi donarla come abitazione dei priori della chiesa. In questo secolo la chiesa ha una sola navata con un soffitto a travi di legno e le pareti affrescate fortemente rovinate dall’umidità tanto che il Vescovo di Utica “nella sua visita apostolica del 1573 ordinava che si cancellassero le pitture consunte per vetustà e tutta la chiesa si cementasse e imbiancasse”. Così il priore Ludovico Gigliucci avvia una grande opera di ristrutturazione che amplia la chiesa e la munisce della “torre campanaria anche per l’orologio pubblico”, sistema la facciata conservando il portale medievale e pone lo stemma gentilizio della sua famiglia sulla sommità della porta.

Nel 1608 inizia la decorazione del nuovo interno. I documenti narrano dell’abside e dell’altare decorati con tanto oro, forse troppo, e confinati da un recinto. Si descrive un soffitto in legno a cassettoni realizzato su disegno dell’architetto bolognese Sebastiano Serlio del quale non rimane traccia.

La chiesa doveva apparire particolarmente sontuosa, ma già nel secolo successivo i documenti la descrivono come umida, bassa e scura nonostante le finestre.

San Michele ha rischiato di scomparire durante il Regno d’Italia per la totale confisca dei suoi beni, ma anche questa volta il pronto intervento della famiglia Gigliucci con Giambattista, che ha fatto valere i suoi diritti di patronato sulla chiesa, ha riportato beni e vita alla collegiata fermana.

Bibliografia

G.Cicconi, L’insigne collegiata di S. Michele Arcangelo di Fermo con illustrazioni, Fermo, 1920.
F.Pirani, Fermo, Spoleto, 2010.
G. Serafinelli, Giacinto Brandi 1621/1691. Catalogo Ragionato delle opere. Allemandi, 2015.

Link

www.fermomusei.it

INCORONAZIONE DI MARIA VERGINE E SANTI (regione.marche.it)

Chiesa di S. Michele Arcangelo (turismo.marche.it)